QUARESIMA 2022 – Fare il bene

La Quaresima come tempo di conversione, di rinnovamento personale e comunitario, soprattutto come immagine dell’intera esistenza terrena. Nel Messaggio per il tempo che prepara alla Pasqua, il Papa si concentra sulla vita dell’uomo che paragona a un campo, da seminare con opere buone perché possa dare frutti di pace e di amore. Il titolo riprende l’esortazione rivolta da san Paolo ai Galati: «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti» (Gal 6,9-10a).

PELLEGRINI DI SPERANZA

Motto del Giubileo del 2025: Pellegrini di speranza

11 febbraio 2022

Il Papa scrive a mons. Fisichella (Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione) indicando alcune linee guida in vista dell’Anno Santo. 

Il Giubileo del 2025 inizia a muovere i primi passi. L’11 febbraio 2022, nella giornata in cui la Chiesa ricorda la Madonna di Lourdes, papa Francesco ha inviato una lettera al presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, l’arcivescovo Rino Fisichella, nella quale inizia a tracciare le linee che dovranno caratterizzare il prossimo cammino giubilare, che sarà celebrato a 25 anni dal Grande Giubileo dell’anno 2000, che «san Giovanni Paolo II lo aveva tanto atteso e desiderato – scrive Francesco –, nella speranza che tutti i cristiani, superate le storiche divisioni potessero celebrare insieme i duemila anni della nascita di Gesù Cristo, il Salvatore dell’umanità». 

Sarà inevitabile per il Giubileo 2025 guardare alla pandemia in corso, che «oltre ad aver fatto toccare con mano il dramma della morte in solitudine, l’incertezza e la provvisorietà dell’esistenza, ha modificato il nostro modo di vivere», compresi, ovviamente i cristiani: «Le nostre chiese sono rimaste chiuse come le scuole, le fabbriche, gli uffici, i negozi e i luoghi dedicati al tempo libero».
Ecco che l’obiettivo del Giubileo del 2025, secondo il Pontefice, «potrà favorire molto la ricomposizione di un clima di speranza e di fiducia, come segno di una rinnovata rinascita di cui tutti sentiamo l’urgenza». Occorre dunque lavorare in questi tre anni che ci separano dall’Anno Santo. Ma «tutto ciò sarà possibile se saremo capaci di recuperare il senso di fraternità universale, se non chiuderemo gli occhi davanti al dramma della povertà dilagante che impedisce a milioni di uomini, donne, giovani e bambini di vivere in maniera degna di esseri umani».
Per questo motivo, papa Francesco nella lettera al presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, sottolinea come «la dimensione spirituale del Giubileo» debba «coniugarsi con questi aspetti fondamentali del vivere sociale, per costituire un’unità coerente. Auspico che il prossimo Anno giubilare sia celebrato e vissuto anche con questa intenzione».

Significativo anche il motto scelto da papa Francesco per il Giubileo 2025: «Pellegrini di speranza». E anche l’indicazione di «dedicare l’anno precedente l’evento giubilare, il 2024, a una grande sinfonia di preghiera». Una preghiera, sottolinea il Pontefice, «per recuperare e il desiderio di stare alla presenza del Signore, ascoltarlo e adorarlo»; «per ringraziare Dio dei tanti doni»; «come voce del cuore solo e dell’anima sola, che si traduce nella solidarietà e nella condivisione del pane quotidiano».
La lettera del Papa, quindi, avvia i preparativi dell’Anno Santo, affidandoli al dicastero presieduto dall’arcivescovo Fisichella, in attesa della Bolla di indizione, «che a tempo debito sarà emanata» e «conterrà le indicazioni necessarie per celebrare il Giubileo del 2025». Leggi altro ›

SULL’INUTILITA’ DEI PRETI

Momento di una concelebrazione Eucaristica a piazza San Pietro col Papa Francesco

La gente pensa che fare il prete sia un mestiere. Uno che magari si sveglia la mattina ed è convinto di poter mettere su una bancarella per vendere parole, benedizioni, e santini.

La gente pensa che fare il prete sia una roba fuori dal mondo. Uno che magari fa fatica a stare dentro le cose e per questo si rifugia in una qualche sagrestia.

Lo sanno tutti che certe volte con la scusa di amare Dio alla fine si rischia di non amare nessuno. Ma è vero anche che certe volte tu ti accorgi che Dio lo hai incontrato perché non puoi fare a meno di amare tutti. E amare non è un mestiere, è sentirsi responsabili.

Fare il prete non è un mestiere. È la stessa cosa che capita a chi perde la testa per amore: non c’è più il calcolo ma solo l’ostinato desiderio di non perderti il bandolo della matassa che pensi di aver incontrato in qualcuno o in qualcosa.

Uno pensa che basta mettersi una tonaca e la magia è fatta. Ma la tonaca non funziona se sotto non c’è un uomo, uno che sa che è il più miserabile di tutti, eppure è stato scelto, eppure è stato amato. E quanto è difficile accettare il peso di quella tonaca che oggi appare più inzozzata dal tradimento di chi avrebbe dovuto amare e invece se n’è solo servito. Ma poco importa se bisogna caricarsi anche sulle spalle l’infamia degli altri.

Non si diventa preti per essere benvisti. Si diventa preti per diventare servi inutili proprio come diceva Gesù. Servi inutili a tempo pieno!

Servi senza un utile. Servi gratuiti. L’amore salva solo se è gratuito. È questo lo scopo di ogni vero amore: amare senza contraccambio.

Amare a fondo perduto. Amare e basta. Come fa una madre, un padre, un vero amico, o chiunque fa le cose con amore. Come in questi tempi così difficili tenuti in piedi dall’amore di medici, infermieri, uomini e donne nascosti da tonache improvvisate, fatte di polipropilene e mascherine.

L’amore quando è gratuito fa miracoli. Per questo ha senso un prete. Perché è messo lì in mezzo alla gente a ricordare che c’è qualcosa per cui vale la pena vivere, combattere e in alcuni casi anche perdere. È messo lì perché ognuno possa avere il diritto di avere anche paura della vita, della morte, delle cose belle e brutte che capitano e che molto spesso sono più grandi delle nostre forze e proprio per questo ci danno le vertigini.

Ma avere il diritto di poter avere paura non significa lasciare che essa decida al posto nostro. Chi ti ama non ti dice che non soffrirai mai,

che non sbaglierai mai, che non avrai mai paura delle cose che ti succederanno, ma ti dice che tu puoi vivere tutto, accettare tutto, affrontare tutto.

E te lo dice perché è con te. La sua presenza è la cosa più convincente, non le sue parole, i suoi ragionamenti, le sue raccomandazioni.

Si diventa preti per essere una presenza. Si diventa preti per rendere l’invisibile visibile. Come accade sull’altare. Come accade quando si ascolta, senza pretese, senza giudicare. Come quando si stringe una mano per infondere forza. Come quando si tiene in braccio un bambino che piange, o come si accarezza la fronte di uno che muore.

Fare il prete non è un mestiere, è un modo inutile di amare. Inutile come ogni amore. Inutile come l’aria.

Luigi Maria Epicoco

 

Luigi Maria Epicoco è un presbitero, teologo, filosofo e scrittore italiano; è preside dell’Istituto Superiore Scienze Religiose Fides et Ratio ISSR dell’Aquila, assistente ecclesiastico del Dicastero per la comunicazione ed editorialista dell’Osservatore Romano.

GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA

                        da Avvenire

“La lezione della recente pandemia, se vogliamo essere onesti, è la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme” (Papa Francesco, Omelia, 20 ottobre 2020).

Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione.

Questo è vero per tutti, ma riguarda in maniera particolare le categorie più deboli, che nella pandemia hanno sofferto di più e che porteranno più a lungo di altre il peso delle conseguenze che tale fenomeno sta comportando.

“Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti.

È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore.

È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013).

TESTIMONIANZA DI UN PRETE “NORMALE”- DON ANTONIO BOTTOGLIA

La storia. I 101 anni di don Antonio Bottoglia, uno straordinario prete «normale»

Marco Birolini mercoledì 2 febbraio 2022

DA AVVENIRE

Il sacerdote mantovano l’8 aprile taglierà il traguardo delle 102 primavere. Ordinato 78 anni fa, ha dato vita anche a progetti in favore dei giovani come la scuola professionale per il restauro

Don Antonio Bottoglia (a destra) con il vescovo di Mantova, Marco Busca – Diocesi di Mantova

Ogni giorno don Antonio Bottoglia inforca la sua bici e va a celebrare la Messa nella chiesa di Santa Caterina, vicino al centro di Mantova. Guarda i suoi fedeli e pronuncia l’omelia a braccio, senza l’ausilio di nessuna traccia scritta. Una ordinaria vita da prete di provincia, si direbbe. Se non fosse che don Antonio il prossimo 8 aprile compirà la bellezza di 102 anni.

Nato a Castel Goffredo (paese dell’alto mantovano al confine con la provincia di Brescia) nel 1920 in una famiglia di contadini, divenuto parroco di Sant’Apollonia nel 1952, ha lasciato e continua a lasciare un segno indelebile sulla vita ecclesiale e sociale di Mantova – nel 2006 è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica italiana –, grazie a uno sguardo lucido e a una presenza di spirito che lo accompagnano nella sua missione fin da quando fu ordinato sacerdote dal vescovo Domenico Guido Menna (che resse la Chiesa di Mantova dal 1929 al 1954) ben 78 anni fa, nel pieno della seconda guerra mondiale.

La sua è una storia di impegno assiduo e quotidiano, sempre al fianco di chi ha bisogno. Senza concedersi pause, se si eccettuano le brevi visite alle case di vacanza ad Igea Marina sull’Adriatico, a Pelugo, in Val Rendena e a Sant’Antonio di Mavignola a Madonna di Campiglio, dove tante famiglie e giovani mantovani trascorrevano le ferie. Fin dal suo ingresso in parrocchia comprese la necessità di spendersi per i giovani senza molte prospettive della chiesa di Sant’Apollonia, collocata in uno dei quartieri più poveri della città di Mantova.

L’oratorio è stato il progetto che più l’ha impegnato, seguendo l’esempio illustre di don Giovanni Bosco. Senza però dimenticare le energie spese per gli scout, l’Azione cattolica e la «Mantovana», la squadra di calcio del quartiere che riuscì ad affermarsi a livello regionale. La sua passione per lo sport lo portò anche ad organizzare i tornei notturni, giocati nel campo dell’oratorio illuminato a giorno, cui partecipavano giocatori in arrivo da tutta la provincia.

Sua l’idea anche del gruppo dei “Giovani lavoratori”, che si organizzarono per gestire un bar molto frequentato nella zona. Tutte iniziative rese possibili grazie anche all’aiuto di laici formidabili e di sacerdoti vicari da lui coinvolti in queste imprese, e che nel periodo estivo si trasferivano a prestare servizio nei soggiorni parrocchiali al mare o in montagna.

Don Antonio però non si è fermato qui. Vedendo la difficoltà dei suoi ragazzi nel trovare lavoro, negli anni Sessanta ebbe l’intuizione di puntare sulla formazione professionale per dare loro un progetto di vita. Nacque così la scuola professionale, simile a quelle istituite da don Bosco. A Mantova c’era l’ex convento delle clarisse di Santa Paola, fondato dai Gonzaga e trasformato in caserma, poi in officina e quindi abbandonato.

Questo fu il luogo dove don Antonio realizzò il suo progetto, con anni e anni di impegno per reperire i fondi necessari al restauro del complesso e all’apertura dei laboratori di meccanica, elettricistica, informatica e cucina. Con il fiore all’occhiello della bottega di restauro che, dopo aver rinnovato quadri, statue e materiale liturgico delle chiese della diocesi, dal 2018 è diventata sede del corso in conservazione e restauro dei beni culturali a ciclo quinquennale, abilitante alla professione di restauratore.

Oggi la scuola professionale regionale “Istituti Santa Paola” (don Bottoglia è tuttora presidente) accoglie e forma circa cinquecento alunni ogni anno, che non hanno difficoltà a inserirsi nel mondo produttivo locale. Un orgoglio non solo per don Antonio, ma per tutta Mantova.

GIORNATA MONDIALE PER LA VITA CONSACRATA

2 febbraio 2022

Una Giornata interamente dedicata a loro. Per sottolineare il valore della testimonianza, per interrogarsi sul senso della propria chiamata, più semplicemente per dire “grazie”. Ogni anno il 2 febbraio la Chiesa celebra i consacrati e le consacrate e quel “sì” alla chiamata di Dio che li ha portati in ogni angolo del pianeta, guidati dalla docilità alla fantasia dello Spirito. La data coincide con la festa della Presentazione del Signore al tempio, icona, scrisse Giovanni Paolo II che la decise, «della totale donazione della vita» da parte di chi è chiamato a riprodurre «mediante i consigli evangelici, i tratti caratteristici di Gesù vergine, povero e obbediente».

DOMENICA DELLA PAROLA

Domenica 23 gennaio 2022, alle 9.30, nella Basilica di San Pietro papa Francesco presiederà la Messa per la Domenica della Parola.

È la terza volta, da quando è stata istituita con la Lettera apostolica Aperuit Illis.

La giornata inserita nel calendario liturgico dal 2020, da celebrarsi la terza domenica di gennaio, mette al centro il primato della Scrittura.

La novità di questa terza volta è che il Pontefice conferirà il ministero ai Lettori e ai Catechisti, anche alle donne, oltre che agli uomini, provenienti da diverse parti del mondo.

 

LETTORATO E ACCOLITATO

Il ministero del Lettorato e dell’Accolitato anche alle donne e agli uomini laici sarà conferito per la prima volta domenica prossima III del Tempo Ordinario nella Messa che papa Francesco presiederà in occasione della Domenica della Parola di Dio, da lui stesso istituita a settembre del 2019 e giunta quest’anno alla III edizione.