AUGURI DI UNA SERENA E SANTA PASQUA 2020 NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

“La notte è avanzata, il giorno è vicino” (dalla Lettera di San Paolo ai Romani cap. 13, 12).

 

PASQUA DI RESURREZIONE

NASCE UNA NUOVA ALBA E UNA NUOVA PRIMAVERA

 

 

Auguri !!!

PRETI ITALIANI deceduti per il CORONAVIRUS – L’UAC LI RINGRAZIA E PREGA PER LORO

I preti italiani stanno in mezzo alla gente, da sempre, per missione ma prima ancora per la natura popolare del nostro clero.

Al 6 maggio 2020 sono andati alla Casa del Padre 152 preti:

La morte di don Orlando Bartolucci, 76 anni, parroco di Santa Maria Assunta di Montecchio, in diocesi di Pesaro, allunga ancora la lista dei sacerdoti uccisi dal Covid-19 dall’inizio della pandemia portandola a 120 preti diocesani.

DIOCESANI

ALBENGA: don Ercole Turoldo, (1)

ARIANO IRPINO: don Antonio Di Stasio (Socio UAC), (1)

BERGAMO: don Savino Tamanza; don Battista Mignani; don Alessandro Longo; don Guglielmo Micheli; don Adriano Locatelli; don Ettore Persico; don Donato Forlani; don Enzo Zoppetti, don Francesco Perico, don Gian Pietro Paganessi, don Remo Luiselli, don Gaetano Burini, don Umberto Tombini, don Giuseppe Berardelli, don Giancarlo Nava, don Silvano Sirtoli, don Tarcisio Casali, monsignor Achille Belotti, don Mariano Carrara, monsignor Tarcisio Ferrari, don Fausto Resmini, don Tarcisio Avogrado, don Evasio Alberti, don Angelo Bernini, don Luigi Rossoni, (26)

BOLZANO – BRESSANONE: don Salvatore Tonini, don Reinhard Ebner, don Heinrich Kamelger, don Antonio Matzneller, don Peter Zelger (5)

BRESCIA: don Giuseppe Toninelli; monsignor Domenico Gregorelli, don Giovanni Girelli, (3)

CAMERINO:  don Luigi Angeloni (1)

CASALE MONFERRATO: don Mario Devecchi, (1)

CERIGNOLA: Mons. Saverio Del Vecchio, (1)

CESENA: don Franco Guardigni, (1)

COMO: don Renato Lanzetti, don Marco Granoli, don Carlo Basci, don Mario Mauri, don Alberto Panizza (5)

CREMONA: don Vincenzo Rini, don Mario Cavalleri, monsignor Giuseppe Aresi, don Albino Aglio, don Achille Baronio, don Vito Magri, don Arnaldo Peternazzi, don Francesco Nisoli,  Mons. Alberto Franzini, (9)

FANO: don Arnaldo Avaltroni, (1)

FIDENZA: Mons. Stefano Bolzoni, (1)

IVREA: don Pierfranco Chiadò Cutin, (1)

LA SPEZIA: don Piergiovanni Devoto, don Giovanni Tassano, don Nilo Gando, don Franco Sciaccaluga, (4)

LODI: don Carlo Patti, don Gianni Cerri, don Giovanni Bergamaschi, don Bassiano Travaini, (4)

MACERATA: DON Giuseppe (Peppe) Branchesi, (1)

MANTOVA: don Antonio Mattioli, (1)

MILANO: don Giancarlo Quadri, don Franco Carnevali, don Cesare Meazza, don Marco Barbetta, don Luigi Giussani, don Ezio Bisiello, don Luigi Brigatti, don Pino Marelli, don Cesare Terraneo, don Paolo Merlo, don Erminio Scorta, don Giovanni Ferrè (12)

MONDOVI’: don Erasmo Mazza, (1)

NOVARA: don Paolo Bosio, don Aldo Ticozzi, (2)

NUORO: don Pietro Muggianu, don Giovanni Melis, (2)

PALERMO: don Silvio Buttita, (1)

PARMA: don Giacomo Bocchi, don Pietro Montali, don Andrea Avanzini (socio UAC), don Franco Minardi, don Fermo Fanfoni, don Giuseppe Fadani, don Giuseppe Canetti (Socio UAC), don Severino Petazzini (8)

PAVIA: don Luigi Bosotti, (1)

PESARO: Don Zenaldo del Vecchio; don Graziano Ceccolini, don Giuseppe Scarpetti, don Marcello Balducci, don Orlando Bartolucci (5)

PIACENZA: don Giorgio Bosini, don Mario e don Giovanni Boselli, don Giovanni Cordani, don Paolo Camminati, don Giuseppe Castelli, (6)

REGGIO EMILIA: don Guido Mortari, don Emilio Perin, don Efrem Giovanelli, (3)

REGGIO CALABRIA: don Gioacchino Basile, (1)

SALERNO: don Alessandro Brignone, (1)

SENIGALLIA: don Dario Giorgi, (1)

TORINO: padre Bruno Castricini (Servi di Maria) (1),

TORTONA: don Giacomo Buscaglia, don Enrico Bernuzzi (2)

TRENTO: don Luigi Trottner, (1)

UDINE: don Enrico Pagani, (1)

URBINO: don Cristoforo (Nino) Amati (1)

VENEZIA: don Paolo Stocco, (1)

VERCELLI: don Fiorenzo Vittone (socio UAC), (1)

VITTORIO VENETO: don Corrado Forest, (1)

 

RELIGIOSI

CAPPUCCINI: Padre Giorgio Butterini, (1)

CISTERCENSI: dom Eugenio Romagnuolo, (1)

DOMENICANI: Padre Giovanni Cattina, (1)

GIUSEPPINI D’ASTI: Padre Tarcisio Stramare; (1)

GIUSEPPINI DEL MURIALDO: Padre Giuseppe Garbin (1)

ORIONINI: don Cesare Concas, don Stefano Tosato, don Cirillo Longo, (3)

PASSIONISTI: Padrea Giuseppe Serighelli, Padre Edmondo Zagano, Padre Gerardo Bottarelli, (3)

ROGAZIONISTI: Padre Pietro Cifuni, (1)

SACRAMENTINI: Padre Remo Rota; (1)

SALESIANI: don Agostino Sosio; don Paolo Stocco (1)

SAVERIANI: Padri: Nicola Masi, Luigi Masseroni, Giuseppe Scintu, Guglielmo Saderi, Giuseppe Rizzi, Piermario Tassi, Vittorio Ferrari, Enrico Di Nicolò, Corrado Stadiotto, Pilade Giuseppe Rossini, Stefano Coronese, Gerardo Caglioni, Pier Luigi Bettati, Angelo Costalonga, Lucio Gregato, Guglielmo Camera, Alessandro Parmiggiani, Ernesto Tomè (18)

STIMMATINI: Padre Fausto Torresendi, (1)

MESSAGGIO PER LA SANTA PASQUA DI S. E. MONS. LUIGI MANSI PRESIDENTE UAC E VESCOVO DI ANDRIA

SAN GIOVANNI PAOLO II

San Giovanni Paolo II, “l’atleta di Dio”, proteggici e donaci speranza in un futuro migliore.
2 aprile 2020, 15 anni dalla sua morte.

LA NATURA CI SORRIDE SEMPRE E CI ASPETTA, GRAZIE A DIO !

La natura ci sorride sempre e ci aspetta,                                                                                                                                    grazie a Dio !                                                                                                                                                                                                                                                                               (foto di don Albino)

ADORAZIONE, BENEDIZIONE EUCARISTICA E INDULGENZA PLENARIA A TUTTO IL MONDO

ADORAZIONE, BENEDIZIONE EUCARISTICA E INDULGENZA PLENARIA A TUTTO IL MONDO

Venerdì 27 marzo alle ore 18.00 nel sagrato di San Pietro a Roma, con la piazza vuota, Papa Francesco, “in questo tempo di emergenza per l’umanità” invita “i cattolici di tutto il mondo a unirsi spiritualmente in preghiera con lui” con l’Adorazione e la Benedizione eucaristica che sarà impartita “Urbi et orbi” attraverso i mezzi di comunicazione. A tutti coloro che si uniranno spiritualmente a questo momento di preghiera tramite i media sarà concessa l’indulgenza plenaria ”.

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Omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia

27 marzo 2020 ore 18,00

piazza San Pietro

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

 


(E’ possibile seguire l’evento tramite TV2000 canale 28

INTERVISTA A S. E. MONS. FRANCESCO CACUCCI ARCIVESCOVO DI BARI

S.E. Mons. Francesco Cacucci – Arcivescovo Bari
«Senza fedeli sarà una Pasqua dolorosa»: parla il vescovo di Bari
Cacucci: «Ma vivremo più vicini a chi ora soffre»
Una Pasqua inedita. Monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, è d’accordo. Definire così la Settimana Santa ormai alle porte fotografa la realtà. Si parte sabato prossimo alle 18 con la Via Crucis in un crescendo di celebrazioni fino a domenica 12 aprile. L’epidemia da Coronavirus non fermerà i riti anche se saranno celebrati senza i fedeli in ragione delle misure sanitarie per prevenire il contagio.
Monsignor Cacucci, quanto le peserà la distanza dalla gente in questi giorni?
«Vivrò con grande sofferenza questa solitudine. Ma è una sofferenza che io e i sacerdoti della diocesi di Bari-Bitonto dobbiamo accettare. Ci mancherà la comunità dei fedeli, ma quel dolore ci renderà ancor più vicini a chi soffre per le conseguenze della malattia. La comunione spirituale sarà ancora più viva».
Un sacrificio necessario, ma la distanza dai riti come sarà? In altri termini, seguire le celebrazioni in diretta tv o sui social cambierà qualcosa?
«Va distinto il sacramento dalla partecipazione spirituale. I sacramenti sono strumenti di grazia per le persone. Ma anche la partecipazione spirituale ha un valore enorme ed è fonte di vita della Chiesa. Le persone, vista l’emergenza, possono vivere il rapporto con Dio non in modo sacramentale (ricevere l’ostia della comunione, per esempio, ndr) ma spirituale. Sarà una Settimana Santa alla quale si parteciperà nello spirito. Al sacrificio di Cristo dobbiamo accostarci ascoltando col cuore i fratelli ammalati e poveri. Incontrare Dio in modo spirituale e non sacramentale esprime un alto principio cristiano. Faccio un esempio: Venerdì santo, quando parteciperemo alla liturgia della Passione, vivremo con Gesù la Sua passione, la Sua crocifissione, la Sua morte. Dobbiamo ricordare che la realtà dolorosa della Passione segnerà gli ammalati nella loro carne. Il fine della nostra vita è l’incontro con Dio. Lo incontreremo nella realtà anche se mancherà il segno sacramentale. Sarà un momento altrettanto intenso: per noi, per i fedeli, per la Chiesa. Vissuto, ripeto, nella carne viva. Anche se ci sarà la mediazione degli strumenti della comunicazione, anche se ci si limiterà alla preghiera in casa».
Nessuna distanza, quindi?
«Guardi: una persona ammalata, ricoverata in ospedale, può vivere molto più di me la Passione di Gesù. Io la vivrò nel sacramento, lei nella carne viva. Ricordo che non pecca chi non va a messa perché è ammalato. Nella vita normale non si possono eludere i sacramenti, ma in una emergenza come questa, pur con queste limitazioni, voglio ricordare che il rapporto con Dio si vive efficacemente nel mistero».
Il suo messaggio pasquale può aiutare a riflettere anche i non credenti?
«Guardi: credente, non credente… Dio legge i cuori. Il Signore ama tutti, vuole la salvezza di tutti. Mai come in questo momento vale la pena ricordarlo. Quando un non credente attraversa il momento della morte, il Signore è al suo fianco. Forse con più amore perché quell’essere umano vive il dubbio, la difficoltà di non credere. Io, le confido, non credenti veri non ne ho mai trovati. Come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II, spesso non si crede perché si ha un’immagine falsata di Dio e della Chiesa».
Monsignor Cacucci, l’epidemia oltre la malattia e il dolore porta con sé difficoltà economiche, povertà, solitudine. Il momento sociale è drammatico. Come reagire?
«Mi auguro cresca la carità, che significa amore. Prima di questo momento ci si lamentava per quel che non si aveva. L’emergenza ci aiuta a recuperare l’essenziale, a capire che quella umana è un’unica famiglia. Guai pensare a salvarsi da soli; non avremmo Dio con noi. Perché Dio è il padre di tutti, Dio è di tutti. Sono commosso, in questi giorni, dai tanti atti di carità, molti nascosti. Dobbiamo trovare ancora forme inedite di carità. La Chiesa può aiutare fornendo i beni necessari ma anche l’ascolto. L’ascolto non va sottovalutato di fronte all’angoscia, all’emergere di fragilità inattese. Noi dobbiamo chiedere al Signore di avere lo stesso Suo cuore. Non amare il prossimo come se stessi, ma amarci tra noi come ci ha amato Gesù: amatevi – si legge nel Vangelo – come io ho amato voi. E’ il suo esempio: io non vengo prima degli altri. L’egoismo va bandito. Dovrebbero capirlo anche tutti i governanti dell’Unione europea. Non è unione di capi di Stato, è unione di cittadini. Bisogna aprire il cuore».
Eccellenza, di fronte a questa epidemia ci chiediamo: perché?
«La sofferenza non è sempre conseguenza dei singoli atti della persona. Certo, esiste il peccato originale e il dolore e la morte sono conseguenze. Perché Gesù ha sofferto per noi? E’ il mistero di Dio. Ma la morte non può essere separata dalla resurrezione. Ogni morte ha un significato che non comprendiamo completamente, ma che la resurrezione ci farà capire. La pandemia è un segno di morte, anche interiore. Ma gli uomini accoglieranno il momento della resurrezione».
Ad aprile lascerà la guida della diocesi. Saranno ancora giorni delicati per l’epidemia. Certamente questa situazione non era immaginabile, ma cosa pensa di quel momento?
«Per me è un tempo di passaggio, come è il tempo di Pasqua. Noi siamo di passaggio; anche il ministero ha una sua relatività proprio perché siamo di passaggio. Ma resta una cosa: l’amore. Mio per i fedeli della diocesi e mi auguro sia corrisposto. Un legame che va al di là della missione pastorale, anche al di là della morte. La clausura di questi giorni mi prepara al maggiore silenzio, alla maggiore riservatezza futura. Ma voglio sempre ricordare che la Chiesa non appartiene a me. E’ l’unione di Cristo e dei fedeli. Una unione che proprio l’amore renderà ancora più salda in questo difficile momento per la salute, per la vita. Gli uomini passano, Cristo rimane. Il vescovo e il suo popolo: un’unione che coinvolge i loro destini anche oltre la morte. Il vescovo dovrà salvare le pecore che gli sono affidate, ricordandosi che nella salvezza eterna del suo popolo è riposta la sua eterna ricompensa».
Fulvio Colucci

don Giuseppe Berardelli martire del coronavirus

CASNIGO – BERGAMO
Don Giuseppe Berardelli morto sul campo, da prete, ha rinunciato al respiratore per donarlo a uno più giovane
Di Piero Bonicelli –
23 marzo 2020

Don Giuseppe Berardelli

Sembra una frase fatta, “morto sul campo”. Don Giuseppe era arciprete di Casnigo ormai da quasi quattordici anni e avrebbe concluso la sua missione a Casnigo. L’ha conclusa prima, in un ospedale, a Lovere, colpito dal coronavirus. Già lo scorso anno aveva avuto problemi di salute. Il suo sorriso perenne, la sua disponibilità, ma anche il suo attivismo nella realizzazione di opere importanti e costose, quel sorriso nascondeva le preoccupazioni. “Era una persona semplice, schietta, di una grande gentilezza e disponibilità verso tutti, credenti e non credenti. Il suo saluto era ‘pace e bene’. Sempre cordiale e disponibile verso l’amministrazione pubblica, le associazioni e non solo quelle della parrocchia, partecipava a tutte le manifestazioni senza essere mai invadente. Alla festa dei coscritti del ‘47 non mancava mai. Perfino per le veglie funebri chiedeva prima ai parenti se fosse gradita la sua presenza, per dire la discrezione che aveva. Era amato da tutti, da Fiorano arrivavano ancora i suoi ex parrocchiani dopo anni a trovarlo. Ma aveva anche una capacità incredibile di risolvere i problemi economici, di bussare alle porte giuste per avere aiuti. Si muoveva con il suo ‘galletto’ e quel casco vecchio che sembrava quello di sturmtruppen, ha valorizzato i santuari (l’ultima grana era il tetto della Trinità…) e il recupero della sagrestia opera di Ignazio Hillipront . E naturalmente il nuovo Oratorio, la sua opera maggiore che lo ha preoccupato parecchio. Un arciprete amato da tutti”. Questa la testimonianza di Giuseppe Imberti, a lungo sindaco di Casnigo.
Don Giuseppe è “morto da prete”.
“E mi commuove profondamente il fatto che l’arciprete di Casnigo, don Giuseppe Berardelli – cui la comunità parrocchiale aveva comprato un respiratore – vi abbia rinunciato di sua volontà per destinarlo a qualcuno più giovane di lui”: le parole sono di un Operatore Sanitario di lungo corso della Casa di Riposo San Giuseppe di Casnigo. Già, don Giuseppe al respiratore aveva rinunciato, anche se ne aveva bisogno, e questa è forse la miglior fotografia dell’anima di un sacerdote che negli anni trascorsi in Val Seriana aveva conquistato tutti: “Era un prete che ascoltava tutti, sapeva ascoltare, chiunque si rivolgeva a lui sapeva che poteva contare sul suo aiuto – comincia cosi il ricordo di Clara Poli, per anni sindaca di Fiorano, dove Don Giuseppe è stato a lungo parroco – per Fiorano è stato un ottimo parroco, grazie a lui e a don Luigi Manenti che era a Semonte, sono riuscita ad aprire il Centro di Auto Aiuto che ha permetto di aiutare tante famiglie e tanti ragazzi sbandati, senza di lui sarebbe stato impossibile. Con lui l’amministrazione è riuscita a mettere in piedi il grande Cre che adesso è davvero diventato un punto di riferimento per tutti i giovani”. Clara si commuove: “Una grande persona”, poi sorride. “Lo ricordo sulla sua vecchia moto Guzzi, amava la sua moto, e quando lo si vedeva passare era sempre allegro e pieno di entusiasmo, ha regalato pace e gioia alle nostre comunità”.
L’Arciprete di Casnigo don Giuseppe Berardelli aveva 72 anni. Nato il 21 agosto 1947, era originario di Fonteno. Ordinato sacerdote il 30 giugno 1973, il suo primo incarico era stato di coadiutore nella parrocchia di San Giuseppe in città alta, quindi a Calolzio dal 1976 al 1984. Divenne in seguito parroco di Gaverina e dal 1993 parroco di Fiorano al Serio. Nel 2006 la nomina ad arciprete di Casnigo. Aveva avuto problemi di salute ma lui combatteva col suo solito sorriso e quella grinta a chi si affida a Dio. E’ morto all’ospedale di Lovere. Nessun funerale ma i casnighesi lo hanno salutato a modo loro, a mezzogiorno di lunedì 16 marzo si sono affacciati sul balcone di casa e lo hanno salutato con un applauso. Don Giuseppe, appena diventato Arciprete a Casnigo nel 2006 ha lavorato da subito al progetto di ristrutturazione del nuovo oratorio dedicato a San Giovanni Bosco e a San Giovanni Paolo II, il Papa di cui Casnigo conserva la talare-reliquia nel Santuario della Madonna d’Erbia. Don Giuseppe era un prete mariano, molto legato al Santuario ed era amato da tutti. “Il suo è un arrivederci – conclude Clara Poli – non ci lascia soli, da lassù veglia su di noi e continua a scorrazzare fra le nubi con la sua motocicletta, chissà quanti progetti sta facendo lassù, anche per noi”….