Il Presbiterio

di d. Vittorio Peri

d. Vittorio Peri anima e dirige una concelebrazione nella cripta della Porziuncola

d. Vittorio Peri anima e dirige una concelebrazione nella cripta della Porziuncola

  Il presbiterio, inteso come ►l’insieme dei presbiteri di una stessa diocesi attorno al vescovo, e come ► soggetto sacramentale, è una riscoperta del concilio Vaticano II.

Prima, se ne parlava solo in termini …architettonici. La parola “presbiterio” indicava lo spazio della chiesa riservato ai ministri ordinati, separato normalmente dalla navata mediante una balaustra.

Con il concilio Vaticano II questa parola – come vedremo – è tornata ad avere un contenuto teologico, spirituale e pastorale.

 

1 – Non presbitero, ma presbiteri

Rilevo anzitutto i documenti del concilio – il decreto Presbyterorum ordinis, in particolare parlano del prete non al singolare, ma al plurale. Il cambiamento terminologico, tutt’altro che casuale, significa che:

  • il ministero presbiterale è un compito non individuale, ma comunionale.

Una verità che merita ribadire, espressa efficacemente da Pastores dabo vobis: “il ministero ordinato ha una radicale “forma comunitaria” e può essere assolto solo come “un’opera collettiva” (n. 17).

– Il prete deve pensarsi al plurale: non come un “io”, ma come un “noi”: nel soggetto collettivo che è il presbiterio.

Scriveva s. Ignazio di Antiochia ai cristiani di Magnesia: “Non cercate di far passare per buono ciò che fate in privato e per conto vostro, ma preferite la forma comunitaria”

Tutto questo significa che è meglio un solo passo fatto insieme, che cento passi fatti da soli.

 

  1. – Unicità del presbiterio

Tre riferimenti magisteriali

Costituzione Lumen gentium: “I presbiteri costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinati a uffici diversi (…) In virtù della comune sacra ordinazione e della missione, tutti i presbiteri sono fra loro legati da un’intima fraternità” ( 28).

Decreto conciliare Christus Dominus: “Tutti i sacerdoti, sia diocesani sia religiosi, in unione con il vescovo partecipano all’unico sacerdozio di Cristo e perciò sono costituiti provvidenziali cooperatori dell’ordine episcopale. (…) Perciò essi costituiscono un solo presbiterio e una sola famiglia, di cui il vescovo è il padre”(2 8) ;

Esortazione apost. Pastores dabo vobis (Giovanni Paolo II, 25 marzo 1992): “Dell’unico presbiterio fanno parte, a titolo diverso, anche i presbiteri religiosi residenti e operanti in una chiesa particolare. La loro presenza costituisce un arricchimento per tutti i sacerdoti ecc.”. (74).

Deve pertanto essere chiaro che esiste un solo presbiterio, quali che siano:

  • i diversi uffici e incarichi pastorali
  • le diverse incardinazioni: * chiesa particolare → (diocesi, prelatura / abbazia territoriale – cf. can. 368); * istituti di vita consacrata, religiosi o secolari; * società di vita apostolica, * prelatura personale – cf. can. 265); * ordinariato militare – cost. ap. Spirituali militum curae, Giovanni Paolo II, 21 aprile 1968).

Nessuna diversità potrà mai attenuare, e tanto meno annullare, l’unità del ministero ordinato e del riferimento alla figura del vescovo. Ciò che unisce, infatti, è sempre più importante di ciò che distingue.

Due parallelismi esplicativi:

* con il battesimo, siamo diventati membra del corpo di Cristo, incorporati alla Chiesa; con l’ordinazione, siamo diventati membra del corpus presbiterale, per servire la Chiesa.

  • come la Chiesa non è la somma dei battezzati, ma è il corpo di Cristo, così il presbiterio: non è la somma dei presbiteri, ma un soggetto in sé completo, di cui ogni presbitero è parte.

E’ vero che si appartiene al presbiterio perché si è presbiteri; ma è altrettanto vero che si è tali perché si appartiene al presbiterio. I due aspetti sono inanellati, e pertanto ineludibili.

Un prete staccato dal presbitèrio è un arto mutilato; e un presbitèrio privo della comunione di un solo membro è un corpo mutilato.

La comunione del singolo prete con il presbiterio – e di questo con il vescovo, come si dirà appresso – è pertanto conditio sine qua non della legittimità del ministero, della autentica spiritualità del sacerdote diocesano, prima ancora che una condizione favorevole per svolgere al meglio le sue attività pastorali.

In altre parole: la collaborazione pastorale, il reciproco aiuto tra i sacerdoti conseguono la comunione presbiterale, non ne sono il fondamento. Il mysterium – direbbe Pastores dabo vobis – precede e fonda il ministerium.

 

3– Fraternità nel presbiterio

Decreto conciliare Presbyterorum ordinis: “I presbiteri (…) sono tutti tra loro uniti da intima fraternità sacramentale, ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono assegnati sotto il proprio vescovo (8).

Pastores dabo vobis: “La fisionomia del presbiterio è, dunque, quella di una vera famiglia, di una fraternità, i cui legami non sono dalla carne e dal sangue, ma sono dalla grazia dell’ordine; una grazia che assume ed eleva i rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali tra i sacerdoti: una grazia che si espande, penetra e si rivela e si concretizza nelle più varie forme di aiuto reciproco, non solo quelle spirituali, ma anche quelle materiali (74).

Il presbiterio:

  • non è la somma delle persone che svolgono la stessa funzione (come può essere ad esempio il corpo dei vigili urbani), ma una comunità di fratelli uniti tra loro dalla grazia sacramentale;
  • è una famiglia in cui i rapporti di comunione precedono quelli di natura pastorale (collaborazione, sostegno reciproco ecc.) o psicologica (amicizia , simpatia ecc.) In altre parole: la collaborazione pastorale, il reciproco aiuto, le relazioni affettive tra i sacerdoti conseguono la comunione presbiterale, non ne sono il fondamento.

Con l’ordinazione i presbiteri:

  • entrano in un gruppo che preesiste e che ha legami speciali, e non generici, di tipo psicologico o sociologico;
  • non entrano in un’azienda, in un’organizzazione che produce servizi religiosi, ma in una famiglia spirituale, nata dal sacramento.
  • La liturgia (lex orandi, lex credendi) indica questi legami in due significativi gesti compiuti dai presbiteri al momento dell’ordinazione di un nuovo presbitero:

– le mani stese durante l ‘invocazione dello Spirito,

– l’imposizione delle mani sul capo dell’ordinando. “Insieme con il vescovo anche i presbiteri impongono le mani sugli eletti in segno della loro aggregazione al presbiterio” (Pontificale romano, n. 124).

Il gesto non esprime certo la partecipazione al potere episcopale di ordinare (il ministro dell’ordinazione è solo il vescovo); i presbiteri non pronunciano infatti la preghiera di ordinazione. Ma l’imposizione delle mani evidenzia l’accoglienza di un nuovo membro della famiglia.

Pastores dabo vobis (1992): “Il presbiterio, nella sua verità piena, è un mysterium; infatti è una realtà soprannaturale, perché si radica nel sacramento dell’ordine. Questo è la sua fonte, la sua origine. E’ il “luogo” della sua nascita e della sua crescita” (74).

Questo aspetto della spiritualità dei presbiteri – la messa al bando dello stile individualistico e l’esaltazione dello stile comunionale – merita un’attenzione ben diversa di quanta ne abbia ricevuta fino ad ora. Ne sono prova:

* il diffuso individualismo pastorale;

* l’ isolamento esistenziale (“chi è solo è sempre in cattiva compagnia”);

* il fatto che non pochi preti diocesani si rivolgono altrove – Movimenti, Istituti religiosi ecc. – alla ricerca di ciò che dovrebbero trovare nel loro presbiterio.

Riunirci spesso è bene, ma conta soprattutto essere uniti.

Il diavolo non ha paura di chi digiuna, a le veglie e pratica la continenza, poiché

ha tratto molti di costoro nel laccio della perdizione (multos traxit in laqueum ruinae). Ma quelli che vivono nella concordia e in modo fraterno nella casa del Signore, questi infliggono al diavolo dolore, timore e livore. Questa unità della moltitudine non solo tormenta il demonio, ma ottiene anche il favore di Dio”. S. Bernardo, Sermone In Adventu, 4-5.